meraviglie 

Per una politica bella

Cinque laboratori di policy per vedere come può organizzarsi un territorio

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Responsabile del laboratorio
Domenico don Cravero



ATTIVITA' DIDATTICHE

PARTICOLARITA'
In un tempo di triste caduta della speranza è bello, importante e urgente attivare processi di cittadinanza attiva, incontrare testimoni, immergersi in dibattiti costruttivi, fare esperienze edificanti. Per una politica BELLA.

Una bella storia
Per una politica bella s’inserisce nel fecondo alveo della tradizione delle Scuola di formazione politica che, a seguito di alcune iniziative pionieristiche (a Milano, Palermo, ...), ha caratterizzato la Chiesa italiana di questi decenni. Rispondendo a una domanda ampiamente diffusa nelle comunità, a partire dagli anni ottanta, in diverse Diocesi del nostro Paese sono infatti sorte numerose "Scuole di politica" (più di 300) che nel loro insieme sono state frequentate da migliaia di allievi. Con riferimento a questo movimento, in larga misura spontaneo, la Nota Pastorale della CEI intitolata "La formazione all'impegno sociale e politico" (1989), di fatto legittimava le "Scuole di politica" e, nello stesso tempo, ne delineava l’identità. Alcune delle indicazioni di questo documento meritano di essere ancora richiamate perché rimangono un criterio di orientamento anche per il percorso proposto.
La Nota constatava il fatto che: "Il sistema politico e democratico vede diminuire la propria credibilità" in quanto "il potere di gestire la cosa pubblica non è partecipato e condiviso". Oggi il populismo e il disagio della democrazia rappresentativa, impongono domande e preoccupazioni ancora più gravi. È diventato così ancor più evidente il "disimpegno" per "sfiducia nella capacità del sistema politico di dare espressione e realizzazione alle aspettative sociali".
Come risposta a questa situazione il documento sottolineava che "per superare le difficoltà", con "la riforma delle istituzioni" sono importanti: "l'approfondimento dei contenuti e il rinnovamento delle motivazioni che sostengono l'impegno sociale e politico".
In un clima sociale e politico decisamente peggiorato, la formazione all’impegno sociale e politico deve ritrovare soprattutto un metodo per la rigenerazione della speranza e la creatività sociale . La politica deve ritrovare la sua via estetica. Deve diventare bello partecipare a pubblici dibattiti sul presente e sul futuro del paese e del mondo, impegnarsi concretamente per il bene comune, inventare nuove forme di cittadinanza attiva.

Gli obiettivi
L'ambito "socio-politico" verso il quale orientare l’attività formativa è inteso in senso ampio, comprendendo insieme agli ambiti specificatamente politici anche la conduzione delle imprese sociali, le iniziative di volontariato e, in generale, le molteplici istituzioni sociali.
L'obiettivo della formazione, che rimane primariamente motivazionale, evitando ogni confusione nella sostanza e nelle forme con le iniziative formative da parte di partiti e movimenti, è di promuovere la consapevolezza della dimensione autenticamente politica di ogni attività umana, della conseguente necessità di valutare consapevolmente tali riflessi, i moventi ideali (e le ragioni di fede) che, nel rispetto dei carismi e delle responsabilità di ciascuno, impegnano tutti a essere cittadini consapevoli e partecipi nei processi fondamentali della democrazia come l'elaborazione e la promozione delle idee e l'esercizio del voto.

Possiamo così riassumere gli obiettivi del percorso formativo: Per una politica bella
1. Fornire, più specificamente, motivazioni e strumenti conoscitivi che stimolino e orientino alla corretta assunzione di impegni concreti di servizio in campo socio-politico (la cittadinanza attiva).
2. Sostenere, rafforzare e, per quanto necessario, meglio focalizzare le motivazioni e l'approccio operativo di quanti già sono impegnati in campo socio-politico, nelle imprese sociali, nei vari movimenti di cittadinanza.
3. Sviluppare in particolare i nuovi criteri suggeriti dall’evoluzione sociale di una prospettiva cosmopolita ed estetica in politica che abbia come metodo e obiettivo non il convincimento e la contrapposizione , ma la comunicazione (mettere-in-comune), l’incontro e l’intesa.

La politica bella
La comunicazione “cosmopolita” intende sorpassare decisamente la distinzione nativo/non nativo ed attribuire il primato al coordinamento: ognuno ascolta il punto di vista dell’altro ed esprime il proprio. Gli altri sono definiti come "tutti simili": la realtà diventa complessa, le “storie” plurali, l’Io multiplo, le esperienze incommensurabili, i sistemi sociali circoscritti perché autoreferenziali.
La comunicazione cosmopolita nasce dall'impegno di trovare modi di coordinamento anche tra gruppi molto diversi, ma non richiede ad alcuno di rinunciare alla propria diversità: “per intendermi con te non è necessario che io rinunci alle mie concezioni”. In questo modo gli altri possono essere trattati come nativi ma le risorse delle parti non sono a rischio perché tutte considerate di valore.
La comunicazione cosmopolita privilegia il “coordinamento” sulla coerenza, senza disconoscere l’esistenza di altri modi di realizzare la coerenza e di rispondere alla domanda di senso; senza deprecare modi alternativi di realizzare lcoerenza, progettualità e creatività sociale; senza, infine, svalutare la propria identità e le proprie risorse.
Il cosmopolita crede possibile, anzi considera auspicabile il coordinamento tra gruppi con realtà sociali diverse: “siamo simili non perché siamo uguali, ma perché siamo ugualmente costituiti, ciascuno, a partire dalle proprie storie, in coerenza con le proprie personali premesse”. Dal momento che ciascuno vede le cose da un punto di vista differente, la legittimità non viene valutata nella cornice di altri punti di vista.
La comunicazione cosmopolita favorisce il coordinamento ma non cerca (necessariamente) un accordo totale; mira piuttosto a realizzare un’intesa: non cerca l’uniformità ma il confronto, la comparazione di narrazioni. Cerca di realizzare il coordinamento senza negare l'esistenza delle diversità od opporsi ad "altre" letture del mondo ma evita la tensione e l'impegno di un processo di mutamento senza fine. Ogni realtà sociale è trattata come diversa e incommensurabile. Nella sensibilità postmoderna la razionalità ammette il suo limite e il pensiero la sua debolezza: rinuncia a costruire "narrazioni forti", visioni e progetti universali, di lungo respiro, del senso della vita e della storia.

La comunicazione tocca qui i vertici delle sue possibilità di apertura e di valore: ognuno è considerato nel duplice ruolo di osservatore e di osservato: ciascuno ascolta il punto di vista dell’altro, anche su di sé, tutelando la propria possibilità di esprimerlo. Ciascuno può decentrarsi e prendere in considerazione la prospettiva dell’altro, non in un’ottica di “eloquenza retorica” (vale a dire: non per convincere della bontà del proprio punto di vista), ma di “eloquenza sociale” (che è la capacità di porsi da punti di vista diversi).
L’ipotesi (“sistemica”) che scaturisce da quei punti di vista, tutti li comprende, ma l’insieme costituisce qualcosa che è diverso, che è “di più” della somma delle sue parti.
L'eloquenza sociale riguarda sia l'“ascoltare” che il “parlare”: descrive il mondo da prospettive molteplici, ciascuna delle quali rivela come esso sia composto diversamente.
Segno dell’ avvenuta intesa è l’apprendimento del vocabolario e del codice dell’ altro, operando una sospensione volontaria delle proprie convinzioni. Per realizzare il coordinamento si fa ricorso all’ empatia, la capacità di “mettersi nella persona” degli altri.

Questo atteggiamento si può a ragione considerare “estetico” perché, come fa la bellezza, coglie nel frammento (le differenze) il tutto (l’intero che sta oltre le singole differenze), compone (con il metodo dell’ et-et) e non contrappone (con l’etnocentrismo dell’aut-aut).
Per realizzare il coordinamento tra realtà sociali ritenute incommensurabili, senza negare le loro differenze, si fa ricorso al linguaggio dei simboli (e non solo all’osservazione empirica o alle dimostrazioni “scientifiche”). La pratica dell’eloquenza sociale consiste nell’arte di parlare "come un nativo" nei diversi gruppi è l’arte di “cogliere insieme” gli elementi senza sminuirne le differenze, è la capacità di “parlare come nativi” nei contesti, negli ambienti, nei gruppi più diversi. Si tratta di un’arte molto sottile: parole ed azioni significano, spesso, qualcosa di molto diverso all’interno dei rispettivi mondi di appartenenza, come, d’altra parte, argomenti importanti o persuasivi della visione del mondo di una persona spesso vengono fraintesi ed impoveriti nell'interpretazione e nella valutazione che ne danno altri.
È possibile anche lasciare mettere in discussione volontariamente le proprie convinzioni per meglio ascoltare, per meglio accogliere, senza, tuttavia, operare rinunce, senza mettere a rischio la propria identità. Tutte le storie umane sono potenzialmente comparabili anche se rimangono “incommensurabili”. Il fine della comunicazione umana non consiste nella sopraffazione ma nell’intesa, ricercata attraverso il dialogo e il confronto tra realtà sociali e cognitive diverse e anche incommensurabili (come avviene, per esempio, nella comunicazione interculturale).

La debolezza della comunicazione cosmopolita sta nel difficile ed incerto riferimento al senso e al mistero. I partecipanti alla comunicazione cosmopolita sono costantemente posti davanti all’alternativa: che non ci sia alcuna verità o che la verità abbia molteplici volti.
Nel primo caso le parole nulla hanno di convincente da dire; nel secondo caso le parole non bastano.
In entrambi i casi comunque il bisogno di senso si impone come primario, senza risposte nel primo caso, oppure oltre la comunicazione stessa nel secondo.
La pratica della politica sembra lontano dalla comunicazione cosmopolita: la stessa democrazia contiene un’imposizione: quella della maggioranza sulla minoranza. I compromessi della politica sono mediazioni di interessi più che processi di intesa; i partiti, per definizione, perseguono interessi “di parte”. Drammatiche sono, invece, le domande che scaturiscono dalla consapevolezza della sfida politico-sociale del momento storico: la prossimità sulla terra si è fatta più intima, le persone e le loro esperienze sono di fatto interdipendenti.

Come realizzare un livello sufficiente di coordinamento tra gli individui ed i gruppi all’interno di mondi sociali complessi ed incommensurabili?
Attraverso quali percorsi (di promozione sociale o educativa, di progettualità politica) raggiungere una coerenza capace di dare identità alle storie personali e senso alle vicende del mondo ed una risposta di senso sufficiente a promuovere ed ordinare energie e risorse?


Dalla risposta alla prima domanda dipende il ben-essere delle persone e la pace delle nazioni. Dalla risposta alla seconda dipende la possibilità di una ricchezza di mondo interiore che “ecceda” la complessità della società contemporanea.
Le domande costituiscono la sfida di ogni progetto di formazione e promozione sociale.

Il metodo
Il percorso proposto intende privilegiare la qualità piuttosto che la quantità degli apporti forniti ai partecipanti.
Consapevoli della limitatezza delle risorse di tempo ed energia che possono investire in essa i partecipanti (già molto impegnati a livello professionale, familiare, sociale) i promotori del percorso Per una Politica Bella vorrebbero offrire ai partecipanti un percorso il più possibile mirato che offre l'opportunità di acquisire alcune basi di conoscenza significative e di fare alcune esperienze esemplari di riflessione personale e in gruppo e progettazione sulla realtà.
Non si propone quindi l’ascolto di lezioni ma dei "seminari-cantiere".

Il piano di lavoro prevede:
- l'ascolto di lezioni offerte da docenti esperti a livello nazionale;
- laboratori tematici condotti con la metodologia dell’apprendimento cooperativo;
- seminari con testimoni, per collegare la politica all’arte pratica, trasmettendo l’esperienza della politica bella.
- un'attività personale di lettura di testi complementari, con impegno di rendicontazione e produzione di una tesina finale (un progetto sociale o politico realizzabile) da stabilire con i tutor e da costruire individualmente o in piccolo gruppo.

Lo standard minimo di prestazione richiesto per l'ottenimento dell'attestato di frequenza comporta:
- la presenza ad almeno il 70% delle ore formative,
- la lettura di un testo (scelto tra quelli indicati sul sito) con la compilazione di una scheda critica
- la presentazione di un progetto politico sotto la guida del tutor.
Per essere ammessi al percorso occorre avere compiuto almeno 18 anni, essere in possesso di una preparazione culturale di livello medio (di origine anche non esclusivamente scolastica) ed essere già impegnati o desiderosi di impegnarsi in attività sociali a valenza direttamente o indirettamente politica (anche in impresa sociali, di volontariato, educative o di promozione culturale).

Lo svolgimento
ore 18,45-19: accoglienza
ore 19: introduzione
ore 19,30-20,30: relazione fondativa
ore 20,30: break
ore 21-21,45: testimonianza
ore 21,45-22,45: laboratorio
ore 22,45: termine lavori
Gli orari vanno intesi in senso preciso.

Come contributo alla copertura dei costi (compresi i break gastronomici) è richiesto ai partecipanti un contributo di 10€ per ogni sessione.


PROPOSTA
5 incontri tematici:
16 gennaio Storia dell’Italia democratica: G. Pacifici
13 febbraio Lavoro: Benedetta Cosmi
13 marzo Economia: Ferruccio De Bortoli
10 aprile Welfare Gian Giacomo Schiavi
15 maggio Scienza Politica U. Pacifici

5 laboratori di policy per vedere come può organizzarsi un territorio
(e imparare a fare un progetto politico)

Politiche per l'innovazione e lo sviluppo
Le politiche sociali e del lavoro
Politiche per l'ambiente e green economy
Politiche per la famiglia, per l'infanzia e per l'adolescenza.
Politiche dell'integrazione e nuove cittadinanze.


5 testimonianze che possano collegare la politica all’arte pratica, trasmettendo l’idea della politica bella.
5 bacini dai quali sono cresciute delle esperienze politiche, dai quali sono emerse delle persone che attualmente svolgono servizio in politica per ricostruire la politica per vocazione:

in politica dalla cittadinanza attiva (da un impegno di base) (Mario Moschietto)
in politica dalla pratica dell’economia civile; (Christian Giordano)
in politica dal sindacato o dal mondo delle imprese; (Giovanni Crivello)
in politica dai mondi ecclesiali; Elia Pirriatore


Una visita alle istituzioni:
Osservazione di un’esperienza amministrativa “particolare” o innovativa sotto alcuni punti di vista. È un’immersione in un’espressione di politica bella.


NOTA
 Quando la catechesi parrocchiale educa alla politica
"Il distacco, che si constata in molti tra la fede che professano e la loro vita quotidiana,
va annoverato tra i più gravi scandali del nostro tempo" Gaudium et spes 43.


La parrocchia è l’esperienza di Chiesa più “vicina alla casa", cioè alla gente, alla vita della gente: è il luogo dove si concretizza la missione ed il dialogo della Chiesa con chi abita un territorio. La comunità parrocchiale è, innanzi tutto, uno spazio di accoglienza, di ascolto e di incontro con l’esperienza umana. Il suo punto di forza è la possibilità di intercettare la vita quotidiana, nella prossimità e nella condivisione delle generazioni, delle età, degli stati di vita e delle provenienze sociali. II suo rischio, paradossalmente, è che tra la gente che frequenta le parrocchie, cada il silenzio o la dimenticanza proprio su quanto riguarda la vita quotidiana, su ciò che realmente occupa e preoccupa la gente: affetti, lavoro, stili di vita, città, cultura...
II cristiano che frequenta la parrocchia solo per il culto, infatti non ha sempre, le risorse per articolare il senso della domanda religiosa con la complessità della sua vita. Non basta l'accoglienza (il sentirsi bene in parrocchia) e la strategia del sorriso (già di per sé difficile). Neppure è sufficiente che la parrocchia organizzi qualche ciclo di conferenze improntate ai temi sociali e ai problemi impegnativi dell’attualità. E’ necessaria una vera competenza umana, del sacerdote e degli operatori pastorali, confermata nella qualità della celebrazione e della predicazione, se si vuole correggere quel tratto autoreferenziale (clericale) della pastorale, che fa della parrocchia un sistema chiuso (il "parrocchialismo").
È qui che interviene la catechesi particolarmente (ma sono solo) quella degli adulti e diventa “politica” non tanto perché si concentra sull’attualità dei problemi sociali ma perché, semplicemente, si fa attenta alle persone e le considera inserite nella loro cultura e nel loro ambiente di vita.
La catechesi “politica” cura la formazione dell'attitudine di fede a lasciarsi interpellare dai fatti della vita, ad interpretare e giudicare i segni del tempi. Assume pienamente la metodologia suggerita insistentemente dalla Gaudium ed Spes: partire dalla vita concreta delle persone e dalla cultura che esse vivono (“assumere”), considerarne i valori e le contraddizioni alla luce della Parola (“purificare”), migliorare concretamente la realtà in cui si vive (“elevare” n. 4,11, 34). La catechesi “politica” s’ispira al criterio evangelico della doppia fedeltà, perché non è possibile perseguire le “cose ultime” se non si è fedeli e corretti nelle “cose penultime” (Lc. 16, 9-13). Considera la testimonianza come prima forma dell’evangelizzazione (secondo le precise indicazioni della Evangelii Nuntiandi). Pone, quindi, il criterio della verifica dell’efficacia della catechesi e, di conseguenza, della vitalità delle parrocchie e delle aggregazioni laicali, nella testimonianza cristiana nei luoghi e nei tempi della vita.
II discernimento (la lettura dei segni dei tempi) avviene attraverso la considerazione analitica dei singoli momenti dell'esperienza riferita agli specifici ambiti delle relazioni umane (famiglia, scuola, lavoro, qualità dei consumi, del tempo libero, vita sociale e cultura politica).
La secolarizzazione ha reso più difficile non solo il discernimento ma anche l'individuazione delle conseguenze etiche della professione di fede. Diventa così necessario, nella formazione degli adulti (e, sul loro esempio, anche dei bambini, dei ragazzi e dei giovani) l'esame, paziente ed analitico, della vita quotidiana come luogo dove si pongono le domande impegnative della fede e ci si lascia illuminare dalla Parola. L'evangelizzazione, infatti, s'arricchisce nella misura in cui accoglie il maggior numero di forme di esperienza umana.
Un'ulteriore debolezza va individuata nel silenzio del laicato e della comunità di fronte alla società. Molta della disaffezione alla partecipazione attiva alla Chiesa (il dichiararsi “cattolici non praticanti”, come fa la maggioranza degli italiani, secondo le inchieste sociologiche) si colloca probabilmente qui: sentire in chiesa parole alte e sublimi ma astratte e lontane, produce delusione e ribellione, come se le persone venissero private di qualcosa di essenziale e lasciate alla loro solitudine.

Gli obiettivi della formazione “politica: né estranei né omologati, né separati né integrati.
La catechesi “politica” parrocchiale forma i cristiani ad interpretare i segni dei tempi e a comportarsi come discepoli del Signore nelle realtà penultime, fedeli agli insegnamenti di Gesù. La risposta alla vocazione alla santità personale è presentata come possibile, non nonostante gli impegni della famiglia, della scuola, del lavoro e della professione, del servizio politico, ma nella fedeltà a queste esperienze di vita.
Dal punto di vista della formazione l’obiettivo riguarda la presentazione e la verifica dell’antropologia cristiana, orientata al mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo.
Le conseguenze che ne derivano sono per i cristiani imperativi irrinunciabili, pur nel legittimo pluralismo delle scelte nelle cose penultime. Come di fronte all'oppressione delle dittature il pensiero cristiano confessante ha rivendicato il valore irriducibile della persona, così compiti alti della presenza cristiana nella politica di oggi sono l'attestazione del carattere sacro e inviolabile della vita umana, in ogni istante della sua esistenza, la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio, la libertà e i diritti inviolabili degli individui e dei popoli.
Altre dimensioni non secondarie sono il primato del bene comune sul profitto individuale, la solidarietà e la giustizia sociale a livello mondiale, la valorizzazione del contributo della donna nello sviluppo sociale, l’integrità della vita sul pianeta.
Il Vangelo riassume, infine, il senso della storia e il suo giudizio finale nella misura dell'amore per il povero e per il "perdente". E' dovere della comunità cristiana dare voce ai senza voce: la dignità del povero è Cristo stesso.

Il metodo della catechesi “politica”: l’attenzione alle persone
Il punto debole della dottrina sociale della Chiesa che ispira la catechesi “politica” non sta nella sua teoria ma nell’insufficienza e nella mediocrità delle sue realizzazioni, nel silenzio del laicato e delle comunità di fronte alla società. Rimangono vere le osservazioni dei vescovi italiani quando, anni fa, denunciavano il rischio che corrono le parrocchie di essere “mute, impotenti e impaurite” di fronte al mondo e ai suoi eventi. Le prospettive pastorali oggi più diffuse rischiano di dimenticare che il destinatario della missione parrocchiale è il mondo, che l'operosità della chiesa non è, quindi, destinata in primo luogo a se stessa ma al mondo che non conosce Cristo e non ha fede in lui. L’autorefenzialità della chiesa, nella sua vitalità interna alla comunità, ha bisogno di essere spezzata per un’apertura complessiva di tutta la parrocchia nell'impegno dell'evangelizzazione e del servizio nella laicità della vita civile.
Nella comunità parrocchiale vanno quindi coltivati e riconosciuti anche “ministeri” laicali all'interno delle istituzioni civili (professioni, ruoli sociali e politici). Queste vocazioni non devono poi essere abbandonate alla solitudine, perché non si sentano distaccate dalla chiesa per il fatto che svolgono un servizio di carattere non religioso. Se si accetta che il cuore della missione consiste nella comunicazione della fede e nella testimonianza evangelica negli ambienti di vita, questi ministeri, sostenuti e valorizzati, aiutano non poco la vita interna della comunità a “laicizzarsi”, a sentire la vocazione e la responsabilità di essere dei cristiani nel mondo.

Là dove la politica non può
La catechesi politica parrocchiale, mentre motiva all’impegno serio nelle realtà penultime non dimentica di annunciare che alcune dimensioni essenziali dell’annuncio evangelico come la misericordia e la carità, il dono della felicità e della salvezza non possono essere raggiunte per via politica. Lo stato non è l'ultima istanza. Quando così pretendesse, diventerebbe aberrazione, dove la politica sarebbe degradata a propaganda e a consenso, dove si diffonderebbe l'illusione di una felicità facile e perfetta e si imporrebbe la pedagogia dell' ammirazione e del servilismo con cui il potere elabora la propria giustificazione.
Il cristianesimo si pone come critica del potere dal punto di vista della fede: una contestazione e un'offerta di conversione. Senza mai dimenticare che, molto, il potere ha sofferto e soffre di ferite cristiane, prodotte da una Chiesa che non è sempre stata all'altezza della sua missione della libertà nella verità e nell’amore.

Giorgio. e Ugo. Pacifici, Benedetta Cosmi, Gian Giacomo Schiavi, Giovanni Crivello, don Domenico Cravero